La casa museo

La collezione.
La collezione Boschi Di Stefano fu donata al Comune di Milano nel 1973 e rappresenta una testimonianza dell’arte novecentesca (segnatamente fra gli anni 1910 e gli anni 1960) con le sue 1.817 opere. Agli anni 1929-30 risalgono i primi sistematici acquisti di opere da parte dei coniugi Boschi che potevano contare sull’iniziale assistenza del suocero, Francesco Di Stefano, che nel ’38 lasciò in eredità un nucleo consistente di opere. Fra le altre, la collezione comprende opere di Funi, Casorati, Marussig, Carrà, Sironi, Morandi, De Chirico, Fontana. Dal febbraio 2003 la dimora storica è aperta al pubblico e da ottobre 2008 fa parte del circuito delle “Case museo di Milano”: vi è esposta una selezione di oltre duecento opere pittoriche della collezione appartenuta, assieme all’abitazione, alla stessa Di Stefano e al marito Antonio Boschi (1896-1987), che fecero della casa un museo abitato. Dal 16 maggio 2009 la Casa Museo è visitabile gratuitamente dal martedì alla domenica (h. 10-18) grazie alla presenza dei Volontari per il Patrimonio Culturale lombardi del Touring Club Italiano che, con la loro presenza, consentono l’apertura di questo e di altri siti di Milano.

Lo spirito del luogo.
La sua peculiarità è proprio quella di aver mantenuto con la collezione esposta il modo d’essere felici di Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, così che entrando si ha la percezione di trovarsi in un luogo incantato, in cui il tempo sembra essersi fermato, sospeso in un’atemporalità che ci narra di un luogo in cui il tessuto di vita è stato l’arte stessa, una passione vissuta nel privato e nel personale e poi donata e aperta alla condivisione pubblica. In esso si respira il tessuto vivo dei riferimenti e delle relazioni affettive e personali intrattenuti con gli artisti del Novecento che Antonio Boschi e Marieda Di Stefano frequentano nei loro studi, nelle gallerie, seguendoli nel farsi stesso dell’opera e nell’apparire della sua verità e nel suo darsi come valenza etica e progetto del mondo. È attraverso l’arte che è possibile cercare senso alle lacerazioni e ferite e alle perdite di certezze che attraversano il Novecento e che ridefiniscono i linguaggi dell’arte e l’arte stessa.

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